mercoledì 3 novembre 2010

Il mendicante lettore che vive senza memoria !

Non voglio aggiungere nulla al racconto che sto per riportarvi perchè non c'è bisogno di aggiungere nulla , è una bella storia che sono sicura apprezzerete.

"Il mendicante lettore che vive senza memoria"  
Leggeva un libro sporco e non alzò neanche la testa quando gettai una moneta 
nel suo barattolo di latta




Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono. O almeno questo è ciò che ho pensato lunedì mattina, quando sono arrivato in città per trascorrervi una settimana promuovendo il mio ultimo libro e ho visto un mendicante all’angolo tra la rue Saint- Jacques e la rue Des Écoles. Forse per prendermi un po’ in giro e farmi abbassare la cresta, il mio editore francese mi aveva alloggiato presso l’Hotel des Grands Hommes, nella piazza del Pantheon, e ogni giorno camminavo fino alla rue Séguier, scendevo lungo la rue Saint-Jacques per poi svoltare a sinistra nella rue Des Écoles e attraversare il Boulevard Saint-Germain e la rue Saint- André-des-Arts. Il mendicante era raggomitolato in un cartone, appoggiato al muro e con le gambe avvolte in una coperta; aveva i capelli lunghi e grigi, una folta barba grigia, un’età indefinita, e sembrava che fosse lì da secoli, seduto allo stesso angolo di strada. Il primo giorno che lo vidi stava leggendo un libro dalla copertina sudicia, e passando davanti a lui cercai di leggere il titolo; fui sul punto di fermarmi ma non osai farlo emi limitai a proseguire per la mia strada pensando, felice ed esaltato, che Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono.

Il mattino seguente passai di nuovo davanti al mendicante. Leggeva lo stesso libro, o forse un altro; mi fermai di fronte a lui e mentre tiravo fuori una moneta dalla tasca e la lanciavo nel barattolo di latta che era in terra, guardai il titolo: lessi la parola cane, la parola Dio, la parola nero, ma non riuscii a decifrarlo per intero, e pensai che potesse essere il titolo di un romanzo poliziesco. Per il resto, credo che mi diede fastidio che non avesse nemmeno alzato la testa per ringraziarmi del denaro che gli avevo appena dato. Quel pomeriggio, un amico mi accompagnò all’hotel; camminavamo immersi nella conversazione quando, passando per la rue Saint-Jacques, fummo distratti da un rumore; ci voltammo: il mendicante mi stava guardando mentre teneva in mano il barattolo di latta. Tra la confusione dei capelli riuscii a distinguere una bocca infossata, da vecchio, e uno sguardo intenso, da giovane, e pensai che non doveva avere molti più anni di me. Sorridendo, gli chiesi con malizia se ricordava che quella stessa mattina gli avevo dato una moneta. Fu allora che udii per la prima volta la sua voce: «Signore», disse con umiliante dignità. «Nel mio mestiere non bisogna avere memoria».
Il mattino seguente cambiai strada per evitare l’angolo di rue Saint-Jacques, ma in un’intervista alla stampa dissi che il mestiere dello scrittore è esattamente l’opposto del mestiere del mendicante e, quando un giornalista mi chiese come si possono convincere i giovani dell’importanza della lettura, fui sul punto di parlare del mendicante, ma dissi soltanto: «Non si può. Come convincere qualcuno a scopare o a mangiare prosciutto di Jabugo?». Il giovedì non potei evitare la rue Saint-Jacques, e mentre passavo davanti al mendicante, a testa alta e mostrando un’aria distratta (o forse offesa), lo sentii parlare. Mi fermai; gli chiesi se ce l’avesse con me. «Sì», disse, brandendo un ritaglio di giornale. «Qui c’è un articolo che parla di lei». Sconcertato, presi il giornale e me ne andai senza ringraziarlo, ma quel pomeriggio chiesi alla casa editrice una copia del libro che avevo presentato a Parigi e glielo diedi senza spiegazioni. Nei giorni seguenti continuai a passare davanti al mendicante: lasciavo una moneta nel barattolo di latta, parlavamo per un po’ del tempo o della gente che passava, evitavo di cercare di appurare il titolo del libro che leggeva. Un giorno comprai una macchina fotografica e gli chiesi di scattarmi delle foto; accettò, e accettò anche che io facessi qualche foto a lui, ma nonostante cercassi di strappargli un sorriso e di intavolare qualcosa che assomigliasse a una conversazione, l’unica cosa che riuscii a ottenere furono un paio di commenti sprezzanti sulla macchina fotografica.

La notte prima della mia partenza da Parigi arrivai in hotel molto tardi. Mi lavai, mi infilai il pigiama, fumai una sigaretta guardando fuori dalla finestra il Pantheon illuminato, e mi misi a letto. Dopo un’ora e mezza, stanco di rigirarmi tra le lenzuola, mi alzai, mi vestii, uscii dall’hotel, attraversai la piazza del Pantheon e scesi per la rue Saint-Jacques. Il mendicante era lì, allo stesso angolo di strada di sempre, accartocciato nella sua coperta. Mi fermai per un momento, e dovette notare la mia presenza o spaventarsi, perché si alzò di scatto. Pensai che mi avesse riconosciuto e stavo già per andarmene quando sentii: «Vuole sedersi?». Mi sedetti accanto a lui, contro il muro. Gli offrii una sigaretta e fumammo in silenzio, guardando passare le auto. Per rompere il silenzio gli dissi che il giorno seguente sarei andato via da Parigi; mormorò qualcosa, che non capii, poi disse: «Non ho ancora letto il suo libro. È bello?». «No», risposi. «Non lo so». Sapendo che il suo mestiere gli impediva di avere memoria, non mi passò nemmeno per la testa di chiedergli perché vivesse lì, in quell’angolo di strada, né se avesse una famiglia, una moglie o dei figli, perciò rimasi in silenzio; anche lui rimase in silenzio. Passavano automobili, passava gente in bicicletta, passava gente a piedi; cominciai ad avere freddo. «Perché piange?», mi chiese. «Non piango», risposi. «Perché mente?», domandò. «Non mento», replicai. Continuammo a fumare senza parlare; dopo un po’ me ne andai. Qualche giorno dopo, mostrando le fotografie della mia settimana a Parigi, mio figlio si soffermò su quelle che avevo scattato al mendicante. «Hai visto? », mi disse infine, ridendo. «Ti assomiglia».
(Traduzione di Francesca Buffo) Articolo pubblicato dal Corriere della Sera

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